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Che le persone non mi stiano simpatiche è davvero difficile. Me ne stupisco spesso, ma a me la misantropia che sembra andare così di moda mette quasi a disagio. Non credo che il problema siano solo le persone, voglio dire. Però trovo tante persone fastidiose, ma fastidiose sul serio. In alto alla classifica c’è chi è sicuro di avere tutti i problemi dell’universo e accusa il resto del mondo di non poter capire. Come se parlare di tutto con tutti fosse umanamente possibile, come se i problemi fossero solo quelli da toccare, come se parlandone qualcuno potesse capire, come se fosse necessario dimostrare prima di provare. E il mio problema più grande con questo genere di persone fastidiose è che poi non riesco a tenerlo per me e devo dirlo, devo chiedere se davvero ci credono o si rendono conto di esagerare. Succede che i toni a volte si alzano fino a toccare livelli folli, che si concludono sempre con un originale ma tu non puoi capire. E l’unica cosa che non posso capire è il motivo per il quale io ancora sto qua a iniziare discussioni con chi di voci verbali ha rimosso tutte quelle che non sono la prima singolare.

L’uni e le mille facce.

Potrei raccontare delle persone nuove o di quell’amico mio che ha perso il badge nella macchinetta della mensa e il tipo a cui l’abbiamo detto a distanza di un’ora si è ricordato di me e non di lui, lui che è il mio amico e ha un viso bello e le punte dei capelli gialli ma non biondi, gialli e quindi le persone se ne ricordano sempre. Poi invece il signore della mensa ha chiesto a me se era tutto a posto e io ci ho messo un po’ a capire che si ricordava della mia faccia in mezzo alle mille altre che passano di lì ogni minuto, della mia faccia e non dei capelli gialli, poi gli ho detto che sì era tutto a posto e grazie, e sono tornata a sedermi con il caffè appena preso e l’amico mio che si stupiva che mi stupissi di tutta questa situazione, dai così importanza agli altri dopo averli paragonati a te? C’è che potrei raccontare di tante cose e tutte belle, e ci sono momenti in cui sto bene ma bene tanto e quindi niente, spero che vadano un po’ a tutti così le cose, almeno in questo periodo.

Ma io davvero non credo sia giusto così e davvero non credo sia giusto in altri modi ma davvero credo che qualcosa ci sfugga e davvero spero che sia possibile accorgersene. 

Le cose nuove, le persone nuove, la vita veloce. Vorrei che fosse una possibilità costante, quella di stare dentro a una realtà che quasi ci appartiene ma dalla quale ancora siamo slegati. Le persone, le persone che involontariamente forse riesci a scegliere prima di conoscere, perché aver deciso in che parte del mondo vuoi stare da grande ti mette vicino a quelli che hanno pensato la stessa cosa. E quasi è assurdo, ma io sento così bene che sono persone giuste che quasi mi lascia senza parole, questa cosa. Vorrei che niente diventasse mai abitudine, vorrei conoscere senza ripercorrere ma solo leggendo quello che è il presente, vorrei che la voglia di svegliarmi la mattina fosse sempre quella di ora, con le giornate che fanno promesse che riescono perfino a mantenere.

Si o no ?
Anonimo

Sì, perché con i no non siamo mai riusciti a costruire niente.

Io le canzoni nuove le sento sempre quando sono in doccia e questa sera c’era annalisa e dopo il fare a modo mio non ha mai risolto niente e il ora guido io sempre guido io ho deciso che sottovaluto sempre quello che di solito non ascolto e che se provo razionalmente a capire cosa mi tira tanto dentro emotivamente a questa canzone ci esco matta quindi niente, la razionalità solo dopo l’equilibrio.

La stanchezza di questa sera che arriva come quando non hai ancora finito di mettere in piedi tutti i tasselli del domino e urti il primo.

Chissà se davvero sono due i piatti della bilancia su cui mettere tutto il bene e tutto il male che viene insieme e dopo ad una persona, magari ne basta uno.

Quasi scale mobili.

Ma io mica sono pronta. A tutto quello che ci butta addosso la vita, dico. Ho quasi finito i diciotto anni e ancora non ho imparato niente, non so gestire le cose, non so gestirmi. Che poi lo so, quindi quello che so gestire è il non saper gestire, se può avere senso. Mi sposto, respiro un po’ troppo quando dovrei fare, faccio un po’ troppo quando dovrei respirare. E ringrazio, chi ringrazio?, quando i piani su cui stavamo io e le cose che non so come gestire si spostano. Perché succede, che si spostano da soli, qualche volta. Poi però mi viene da chiedermi se sarebbe stato il caso di mostrare ai piani che potevano combaciare, se sarebbe potuta andare diversamente, se io fossi l’unica effettivamente coinvolta in tutta questa confusione. Perché non è mai abbastanza, mi sa che si nota, la confusione.

Sono piuttosto disorientata per questa cosa delle coincidenze e di quello che già è scritto, sono scesa per farmi la doccia e accendendo la radio è partita la canzone che faccio partire quando sono felice o so che sto per esserlo. Che mondo strano.

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Credo che sia arrivato il momento di scrivere di noi. Forse qualcosa è finito, e se c’era da stringersi di più prima di perdersi lo abbiamo fatto che di più non avremmo potuto. Sono le parole che non vorrei scrivere, i momenti a cui non vorrei dire basta, le cose che lo sai, di più non possono. Sono diventata grande, non perché da oggi sopra ad un badge universitario è scritto il mio nome, non perché ho lasciato l’ambiente dei piccoli, quello in cui entri quando sei piccolo ma ti senti grande e esci che ti accorgi che il mondo ancora non fa per te, lo sai. Sono diventata grande perché sento di più le cose sulla pelle e faccio fatica a respirare, quando penso a quello che è stato, quando ho gli occhi lucidi, però so che davanti a me c’è altro. Ci sono cose che non possono semplicemente essere, e oggi posso dire che a tenere con le unghie persone che non possono appartenere alla nostra vita non facciamo altro che provocarci cicatrici, anche quando a tenersi si è in due, soprattutto se si è in due. Ci sono cose che non possono essere e una mattina ti svegli e provi quella cosa che un po’ è rassegnazione, che è brutto da dire così ma davvero io non avevo mai smesso di crederci, che la vita se è aiutata poi si sistema e sistema te. E per così tanto tempo ho corso veloce verso tutto quello che poteva farmi e farmi stare, bene o male poco importa, non sono mai stata seduta ad aspettare che qualcosa mi fosse dato, non ho mai pensato che le cose potessero andare avanti da sole. Poi però arriva. C’è che tu ti guardi intorno perché a guardarti dentro ti sei già persa mille volte, ti guardi intorno e capisci che non puoi più, se un po’ ti vuoi bene. Credo sia arrivato il momento di scrivere di noi perché con un noi non posso parlare di nessun altro. Posso provarci, per poi trovarmi a riscrivere e correggere errori di terze persone singolari. Non ce l’ha nessun altro, nella mia testa, quella forma. Ho paura di questa situazione, che brutta la parola situazione, soprattutto per il non sapere come volermi sentire, cosa sentire. Non so se voglio più scrivere, ho scritto tante cose che certo, non posso far leggere a nessuno, ma non so se voglio più farlo. E poi c’era dall’inizio, adesso io non posso più se non facendomi male. Sono una bambina che vive tutto per la prima volta, quando si parla di questo. E non posso parlare di altro, è infantile ma non ci riesco. Sono sicura che per tutti ci siano fili più o meno spessi sopra ai quali appoggiamo la mano camminando nel buio. Sono sicura che ce ne siano tanti che quasi a volte ne scordiamo alcuni, ma la mano continuiamo a tenerla lì. Sono sicura che non siano sempre i più spessi ad essere anche i più importanti. Sono sicura che siamo autorizzati a non stare bene se si spezzano. E forse un giorno troveremo il modo di annodare insieme quello che non sembra avere forma ora, e forse saremo capaci di essere qualcosa, ma adesso no. E fa quasi male, ma adesso no.

Sono poco più di dieci minuti, credo che valgano la pena. Credo che dietro il personaggio sia una persona meravigliosa, e io non lo so, mi è sembrato come di ascoltare parole che avevo bisogno che qualcuno mi dicesse.

Fino a quando il caso viene chiamato destino nessun problema, poi una prova a chiamare i propri piani con il nome di destino e aiuto caos apocalisse.

Per un attimo mi è successo di pensare che questa volta dovrei almeno provare a fare la cosa giusta ma poi per fortuna mi è passata.